
Un’emergenza duplice: è quella che in provincia di Treviso lega a doppio filo il progressivo indebolimento dello Spisal (Servizio di Prevenzione, Igiene e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro dell’Ulss 2 Marca Trevigiana) e l’incremento, ormai costante, degli infortuni sul lavoro, specie i mortali. Funzione Pubblica CGIL e CGIL trevigiane denunciano la diretta correlazione tra i due fenomeni: senza risorse adeguate e un numero sufficiente di tecnici della prevenzione sul territorio, la capacità di vigilanza si azzera e il rischio per chi lavora aumenta esponenzialmente.
A lanciare l’allarme su un nuovo, consistente esodo di personale, è il Sindacato di categoria: nell’ultimo periodo ben otto tecnici della prevenzione hanno lasciato il servizio. Una perdita di professionalità, non compensata da nuove assunzioni, esito di criticità organizzative interne segnalate da tempo e di una discussa modalità di distribuzione delle risorse Spisal a più figure del dipartimento.
“Per la FP CGIL di Treviso il collegamento resta chiaro: non si può pretendere di arginare la strage silenziosa degli infortuni sul lavoro mentre si smantella, anno dopo anno, il servizio pubblico deputato a prevenirli – dichiara Sara Tommasin, della segreteria FP CGIL di Treviso –. Ogni tecnico con anni di esperienza che se ne va e non viene sostituito si traduce matematicamente in meno ispezioni sul territorio, meno sanzioni dove non si rispettano le norme e meno formazione diffusa sul campo. La prevenzione non si fa con i proclami, ma rimettendo i controllori nelle condizioni operative di lavorare”. Una carenza di organico, quella degli Spisal, che non regge più “se si pensa alla mole di lavoro amministrativo e di controllo che dovrebbero svolgere – prosegue Tommasin –, in condizioni lavorative che fanno acqua da tutte le parti. Lo denunciamo da prima dell’emergenza sanitaria: discutibili scelte organizzative protratte nel tempo e disinvestimento sulla forza lavoro del Dipartimento prevenzione impattano gravemente sulle condizioni professionali e di vita degli addetti e si ripercuotono sulla capacità di garantire la sicurezza all’intero sistema produttivo.”
Mentre il presidio ispettivo si indebolisce, la scia di sangue non si ferma. I dati dello scorso anno evidenziano una crescita strutturale del fenomeno. In Italia sono stati denunciati 597.710 infortuni (495.590 in occasione di lavoro e 102.120 in itinere), con un aumento dell’1,4% rispetto al 2024, quando le denunce erano sotto quota 590mila (490.725 in occasione di lavoro e 98.846 in itinere), con 1.093 morti sul lavoro. In Veneto i decessi sono balzati a quota 111, registrando un drammatico +40% rispetto alle 79 vittime del 2024. Anche la provincia di Treviso ha visto peggiorare il proprio bilancio, con 16 morti sul lavoro rispetto ai 14 dell’anno precedente. Nel 2026 il quadro conferma questa situazione di forte criticità. Sempre secondo le rilevazioni INAIL, nel periodo gennaio-maggio in Veneto si è già sfiorata quota 31mila denunce, con 26.330 infortuni sul lavoro e 4.619 in itinere, segnando un aumento del 2,8% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano nel complesso 30.102. Ancora più preoccupante il dato sui decessi, saliti a 44 rispetto ai 38 del periodo gennaio-maggio 2025 (+15,8%). In tale contesto, anche in provincia di Treviso le denunce di infortunio segnano un +2,5% complessivo, passando dalle 5.435 (4.778 sul lavoro e 792 in itinere) dei primi cinque mesi del 2025 alle 5.570 (4.700 sul lavoro e 735 in itinere) del medesimo periodo 2026. Ma è sul fronte dei mortali che la Marca riesce a fare ancora peggio, registrando la crescita maggiore in termini percentuali tra tutte le province del Veneto: 5 morti in cinque mesi (erano 4 nel 2025), a cui si aggiunge la drammatica escalation delle ultime settimane, con altre 5 vite spezzate nel territorio e un operaio di Resana morto nel padovano. Una strage che tocca tutti i settori, dal metalmeccanico all’agricoltura, passando per le cartiere e le cave, e che colloca il territorio trevigiano in una fascia di rischio superiore alla media nazionale.
Una fotografia che evidenzia due verità: il sistema produttivo non sa autoregolarsi e l’abbassamento della guardia sui controlli contribuisce a effetti drammatici. Per invertire la rotta serve una netta svolta culturale: la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro vanno considerate un investimento strategico sulla vita delle persone e sulla qualità dell'impresa, non un mero appesantimento burocratico o una formalità da adempiere su carta.
“10 morti e quasi 5.600 denunce di infortunio sul lavoro, peraltro in significativo aumento tra le lavoratrici, gli under 20 e gli over 60, dimostrano in modo drammatico che il rischio è diffuso, trasversale e in costante aumento – incalza Sara Pasqualin, segretaria generale della CGIL di Treviso –. Questi dati evidenziano il bisogno assoluto e non più rimandabile di controlli ispettivi e di investimenti per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro. Come organizzazioni sindacali abbiamo contrattato e voluto con forza il neonato «Protocollo d’Intesa per la gestione del rischio da calore negli ambienti di lavoro» siglato con la Regione del Veneto, uno strumento che definisce una base normativa e scudi operativi precisi contro l’emergenza climatica, come la rimodulazione degli orari e lo stop alle attività nelle ore più calde. Ma lo abbiamo visto in questi giorni, bisogna subito passare alla pratica e rendere le misure vincolanti nelle aziende. E senza investimenti immediati per ricostruire la pianta organica dello Spisal, l’azione del Sindacato rischia di scontrarsi con l’assenza di gambe istituzionali per vigilare sul territorio. Le imprese devono percepire la vigilanza come costante e rigorosa, perché la sicurezza si fa con la formazione e con la prevenzione sul campo, non con i moduli da firmare per evitare le sanzioni. Solo così fermeremo questa scia di sangue”.
Ufficio Stampa
Pasqualin Sara
Segretaria Generale CGIL TREVISO