Immagine di copertina

LETTERA AL DIRETTORE

Comunicati Segreteria - 17/05/2010

Gentile direttore,
sono d'accordo con quanto ha scritto il presidente della Regione Veneto Luca Zaia su questo giornale, dove sostiene che il mercato del lavoro moderno ha bisogno di flexsecurity, cioè di strumenti di ammortizzazione sociale attiva e passiva, oggi si dice "welfare to work", non solo per tutelare le condizioni dei lavoratori con contratti instabili, ma anche per attivare meccanismi di qualificazione delle loro professionalità.
Vorrei che fosse però chiaro ai lettori che se oggi la flexsecurity in Italia non esiste è perché chi ha fortemente voluto la flessibilità contrattuale, nel 2003, non ha ugualmente voluto che il welfare per gli atipici fosse parte integrante della legge 30.

Si dice che sia la "legge Biagi"; peccato che del libro Bianco del giuslavorista ucciso dalle Br l'allora maggioranza di centrodestra, Lega inclusa dato che esprimeva il ministro del welfare, si sia ben guardata dall'occuparsi di tutta la seconda parte, cioè la delicata partita degli ammortizzatori sociali.
La ragione è evidente: su persone che pagano pochissimo di contributi previdenziali e di welfare, l'attuazione di politiche di ammortizzazione sociale è possibile solo utilizzando risorse in gran parte provenienti dalla fiscalità generale.

Non è ad esempio quello che succede per la cassa integrazione, pagata da imprese e lavoratori, o per le azioni di welfare complementare nell'artigianato e nel commercio, finanziate dalla bilateralità, cioè ancora aziende e lavoratori.
Mettere a carico delle imprese una quota per un fondo destinato alla flexsecurity avrebbe invece depotenziato, anche se in parte, la ratio della legge 30, che non era quella di introdurre elementi di flessibilità positiva ma ricercare nuovi territori di competitività attraverso la drastica riduzione del costo del lavoro e dei diritti, come si persevera a fare oggi ad esempio con la norma sull'arbitrato, severamente criticata anche dal Presidente della Repubblica.
Una politica assolutamente fallimentare, perché i nuovi contratti hanno sì portato ad un lieve incremento del tasso di attività, ma posizionando la nuova occupazione prevalentemente su fasce professionali medio basse e precarizzando in maniera indecente il lavoro di qualità, ad esempio quello nella ricerca.

Sono con Zaia, senza se e senza ma, nell'affermare il bisogno di un nuovo welfare che guardi prima di tutto alla grande platea degli esclusi.
A due condizioni: che mi si dica concretamente (la concretezza è lo spartiacque tra propaganda e fatti) come si vuole finanziare la flexsecurity.
La seconda: che nuovi diritti per gli esclusi non significhi meno diritti per tutti. La parificazione della dignità del lavoratore deve avvenire verso l'alto. "Molto meno, ma per tutti" non sarebbe un passo in avanti per il mondo del lavoro italiano, ma una inutile e dannosa vittoria di Pirro.

Paolino Barbiero, segretario generale Cgil provinciale Treviso